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L’Eco delle parole.
Esistono parole oggettivamente sgradevoli? Non voglio riferirmi a termini che a causa di un percorso etimologico infelice risuonano in maniera sgarbata ma a quei lemmi il cui uso infastidisce irrimediabilmente chi ascolta. Numerosi linguisti si sono preoccupati di affermare che le parole non sono ne belle ne brutte e che, semmai, è l’uso che ne viene fatto a determinare se queste risultino piacevoli o, al contrario, odiose. Effettivamente l’improvviso uso, stereotipato, di alcuni termini da parte di un vasto numero di persone rende parole che generalmente sarebbero “opache” decisamente insopportabili. Molti avranno notato una delle mode giornalistiche ricorrenti in questo periodo.
Gli episodi di cronaca nera che puntualmente entrano ogni sera nelle nostre case attraverso i telegiornali sono corredati, immancabilmente, dalle interviste ai conoscenti del malcapitato di turno. La solerte vecchina del villino accanto come il macellaio della via, infatti, sono sempre disponibili a spendere bellissime parole. A mio avviso i giornalisti più abili in questo tipo di missione sono sicuramente quelli di Studio Aperto seguiti a stretto giro da quelli del tg4.
I risultati di questo tipo di indagine sul campo sono allarmanti e gridano ad un potenziale complotto all’italiana. Dalle interviste rilasciate dai così detti “conoscenti della vittima” sembrerebbe che negli ultimi due anni siano state uccise esclusivamente persone “sempre allegre”, “solari” in una parola “stupende”. Sono rimasto sempre colpito da questo fatto. E’ mai possibile che in Italia non muoia mai un depresso, schivo e maleducato? In fondo basta restare in fila alla posta per più di 10 minuti per rendersi conto che gli italiani non sono esattamente il ritratto della cortesia e dell’allegria. Ma quel che è ancora più inquietante è che tutte le persone che lasciano prematuramente questo mondo vengono descritte allo stesso modo, usando gli stessi termini, le stesse parole. Una ridondanza di sostantivi, aggettivi e predicati nominali che svilisce il significato dei singoli vocaboli rendendoli più simili a perline di plastica di un rosario piuttosto consumato.
La questione delle parole “brutte” è stata già affrontata, ormai diversi anni fa, anche, dal sempre lucidissimo, Umberto Eco che concludeva un suo articolo affermando che a rendere le parole odiose fosse un uso privo di fantasia. Nulla di più vero. Ma è sufficiente per affermare con assoluta fermezza che non esistano parole brutte? Le lingue moderne sono in continua evoluzione e, giorno dopo giorno, si aggiungono nuovi termini a designare concetti che, forse, fino a pochi decenni fa, erano difficilmente immaginabili. Leggendo ogni giorno numerosi quotidiani non ho potuto non notare quanti neologismi vengano artificiosamente creati e inseriti negli articoli. Alcuni di questi rispondono effettivamente ad un vuoto lessicale da colmare con parole mutuate da lingue straniere o create ex novo unendo più termini preesistenti nella nostra lingua. Vocaboli nuovi, magari dal suono non particolarmente piacevole e spesso utilizzati in maniera troppo frequente nei primi istanti di vita ma comunque parole che in un certo lasso di tempo entreranno a far parte non solo del linguaggio comune ma anche di tutti i dizionari della lingua Italiana (si pensi ad alcuni termini come cartolarizzazione, liposcultura e badante). Altre espressioni, sempre prodotte dalla fervida immaginazione dei giornalisti, invece, sembrano essere immagini di cartone di concetti che non hanno alcuna sostanza. Vocaboli che non hanno dignità di esistere in quanto specchio di concetti altrettanto labili. Più che di parole vere e proprie si dovrebbe parlare di sonorità che riecheggiano a concetti che sarebbe facile richiamare senza violentare la lingua Italiana. Perché l’iscritto ad Alleanza Nazionale dovrebbe essere chiamato “aennino”? Perché tutti gli scandali del nostro paese devono acquisire necessariamente il suffisso “-opoli” (concorsopoli, calciopoli, assentopoli, affittopoli e l’elenco sarebbe ancora lungo…)? Questo tipo di neologismi uccidono la lingua Italiana e non si tratta di un “uso poco fantasioso” come sosteneva Eco riguardo alle brutte parole. Sono brutte parole perché tendono a snaturare la lingua e a costringerla entro canoni che non le appartengono. Non credo che la parola che racchiude in se un intero concetto si adatti molto alla nostra lingua, il nostro modo di parlare e di scrivere gode del privilegio di essersi sviluppato attraverso secoli di sedimentazione e non ritengo sia ancora giunto il monto di sbarazzarci delle strutture sintattiche che caratterizzano il nostro impianto linguistico.
L’eco delle sonorità di questi terribili neologismi supera spesso la fattispecie dei significati a cui questi termini si riferiscono come nella parafrasi del motto latino del XII secolo che Umberto Eco volle come chiusura del suo “Il nome della rosa”: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”
Esistono brutte parole… o forse parole che non dovrebbero esistere.
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Bloggo, ergo ero
“Ho un blog, quindi sarò.” Si può lasciare un segno della nostra esistenza se l’anonimato pervade anche il presente?
È un problema comune quello dell’autoaffermazione. Un’esigenza interiore che potremmo definire trasversale al tempo e allo spazio. Da sempre l’uomo ha cercato, in qualche modo, di lasciare una traccia di sé; che sia un segno nella roccia risalente al paleolitico o un post su wordpress (la differenza è poca, quello che conta è poter affermare: “Io esisto”.
Prima di preoccuparsi di essere ricordati dai posteri è, però, necessario “esistere” in una società che incoraggia l’omologazione per esaltare, poi, chi sa differenziarsi.
Il microcosmo di un tempo ha dilatato i suoi confini. Affermarsi, oggi, vuol dire porsi in uno spazio conosciuto ma non pienamente percepito.
Quali motivazioni spingono molti verso il megafono del terzo millennio piuttosto che su vecchi sentieri già battuti?
Denunciare ingiustizie? Dare la propria lettura socio-politica dei problemi d’attualità? Semplice desiderio di socializzare? Oppure dare una risposta al disagio di non riuscire a dire, in famiglia e fuori, “io esisto”?
Non tutti attribuiscono al blog la stessa valenza sociologica; alcuni, infatti, ritengono che sia una sorta di trasposizione in chiave elettronica del “vecchio” diario di carta con tanto di lucchettino annesso. “Un luogo non luogo” dove custodire gelosamente i propri segreti più intimi in forma anonima. Ma questo strumento di comunicazione non ha confini potenziali: se decidessi di raccontare le mie vicende personali fin nei minimi dettagli avrei le stesse possibilità teoriche di essere letto da un mio conoscente come da Bill Gates in persona.
Siamo sicuri che il solo fatto di aprire un blog ed aggiornarlo quotidianamente ci dia la possibilità di affermare: “Io sono… io sarò”?
In tutta la rete internet sono attivi oltre mezzo miliardo di blog: un numero impressionante di donne e uomini che, con cadenza quasi giornaliera, lanciano il loro sassolino nel Word Wide Web. Una moltitudine d’informazioni che attendono il lettore affezionato come quello occasionale.
Aprire uno di questi diari elettronici è un’esperienza esaltante. Naturalmente, anche io, ne gestisco uno, così da potermi annoverare nel computo dei “blogger” onniscienti, quelli che dedicano i loro post ad argomenti differenti l’uno dall’altro senza un’apparente soluzione di continuità. Quando decisi di aprire il mio blog pensai di non comunicare a nessuno dei miei conoscenti l’indirizzo della mia pagina personale. Lo feci per sentirmi veramente libero di scrivere qualsiasi pensiero, senza correre il rischio di un possibile confronto reale. Settimana dopo settimana, si susseguivano i miei sfoghi esistenziali, non veniva risparmiato nessuno.
Poi decisi di aprire la pagina delle statistiche d’accesso alle mie pagine. La lettura fu scioccante, il mio desiderio di gridare al mondo le mie verità supposte era stato in parte appagato, ma i miei lettori si potevano contare sulle dita di una mano. Dove erano andati a finire i milioni d’internauti bramosi di leggere le mie pagine? Perché ignoravano le mie esilaranti avventure di vita quotidiana?
La risposta era evidente… I blog sono troppi e se scegli di non farti pubblicità tra amici e parenti (sia nel mondo reale sia in quello virtuale) rischi in ogni modo l’oblio, anche se versi fiumi d’inchiostro digitale su altrettante pagine virtuali.
Si scrive per essere letti.
Non ha senso impegnare tempo e risorse per alimentare il proprio blog e poi pensare che a nessuno interessi quello che si scrive.
Ovviamente il problema risiedeva nell’indicizzazione del mio diario elettronico, ovvero, la capacità da parte dei motori di ricerca di associare le richieste degli utenti ai contenuti del mio blog. Nessuno mi leggeva semplicemente perché nessuno mi riusciva a trovare.
Decisi di fare un esperimento: modificare totalmente il mio stile di scrittura e la sintassi delle mie frasi per renderle compatibili con le richieste dei motori di ricerca.
Era sufficiente non scrivere più: “Ieri sono andato a Milano in treno, ma “per andare in treno a Milano” per ritrovare tra i numerosi visitatori in più tutti quelli che su google avevano cercato informazioni su come raggiungere la città lombarda utilizzando il treno.
Quali erano le considerazioni giuste da trarre? Ricorrere a bassi stratagemmi o imparare a comunicare e rendersi visibile nella quotidianità?
Questo strumento di comunicazione ha un potenziale enorme; puoi sostenere e diffondere le tue idee o confidare le tue difficoltà, ma, in fondo, sono due interfacce di uno stesso problema: auto-affermarsi.
Non è importante che la traccia che ognuno di noi lascia nei blog sia più o meno effimera nella sua specificità, solo se il nostro partecipare contribuirà, come parte di un tutto, ad un cambiamento significativo della società, in un’evoluzione in cui “all’uomo un aiuto sia l’uomo” e se un blog in internet sarà una piazza dove un uomo incontrerà un altro uomo, forse potremo dire di aver, almeno, vissuto il nostro tempo.
Add comment Giovedì, 15 Maggio 2008








