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Alfonso Gatto
Non date retta al re,
non date retta a me.
Chi v’inganna
si fa sempre più alto d’una spanna,
mette sempre un berretto,
incede eretto
con tante medaglie sul petto.
Non date retta al saggio
al maestro del villaggio
al maestro della città
a chi vi dice che sa.
Sbagliate soltanto da voi
come i cavalli, come i buoi,
come gli uccelli, i pesci, i serpenti
che non hanno monumenti
e non sanno mai la storia.
Chi vive è senza gloria.
(Alfonso Gatto)
Add comment Martedì, 3 Giugno 2008
L’Eco delle parole.
Esistono parole oggettivamente sgradevoli? Non voglio riferirmi a termini che a causa di un percorso etimologico infelice risuonano in maniera sgarbata ma a quei lemmi il cui uso infastidisce irrimediabilmente chi ascolta. Numerosi linguisti si sono preoccupati di affermare che le parole non sono ne belle ne brutte e che, semmai, è l’uso che ne viene fatto a determinare se queste risultino piacevoli o, al contrario, odiose. Effettivamente l’improvviso uso, stereotipato, di alcuni termini da parte di un vasto numero di persone rende parole che generalmente sarebbero “opache” decisamente insopportabili. Molti avranno notato una delle mode giornalistiche ricorrenti in questo periodo.
Gli episodi di cronaca nera che puntualmente entrano ogni sera nelle nostre case attraverso i telegiornali sono corredati, immancabilmente, dalle interviste ai conoscenti del malcapitato di turno. La solerte vecchina del villino accanto come il macellaio della via, infatti, sono sempre disponibili a spendere bellissime parole. A mio avviso i giornalisti più abili in questo tipo di missione sono sicuramente quelli di Studio Aperto seguiti a stretto giro da quelli del tg4.
I risultati di questo tipo di indagine sul campo sono allarmanti e gridano ad un potenziale complotto all’italiana. Dalle interviste rilasciate dai così detti “conoscenti della vittima” sembrerebbe che negli ultimi due anni siano state uccise esclusivamente persone “sempre allegre”, “solari” in una parola “stupende”. Sono rimasto sempre colpito da questo fatto. E’ mai possibile che in Italia non muoia mai un depresso, schivo e maleducato? In fondo basta restare in fila alla posta per più di 10 minuti per rendersi conto che gli italiani non sono esattamente il ritratto della cortesia e dell’allegria. Ma quel che è ancora più inquietante è che tutte le persone che lasciano prematuramente questo mondo vengono descritte allo stesso modo, usando gli stessi termini, le stesse parole. Una ridondanza di sostantivi, aggettivi e predicati nominali che svilisce il significato dei singoli vocaboli rendendoli più simili a perline di plastica di un rosario piuttosto consumato.
La questione delle parole “brutte” è stata già affrontata, ormai diversi anni fa, anche, dal sempre lucidissimo, Umberto Eco che concludeva un suo articolo affermando che a rendere le parole odiose fosse un uso privo di fantasia. Nulla di più vero. Ma è sufficiente per affermare con assoluta fermezza che non esistano parole brutte? Le lingue moderne sono in continua evoluzione e, giorno dopo giorno, si aggiungono nuovi termini a designare concetti che, forse, fino a pochi decenni fa, erano difficilmente immaginabili. Leggendo ogni giorno numerosi quotidiani non ho potuto non notare quanti neologismi vengano artificiosamente creati e inseriti negli articoli. Alcuni di questi rispondono effettivamente ad un vuoto lessicale da colmare con parole mutuate da lingue straniere o create ex novo unendo più termini preesistenti nella nostra lingua. Vocaboli nuovi, magari dal suono non particolarmente piacevole e spesso utilizzati in maniera troppo frequente nei primi istanti di vita ma comunque parole che in un certo lasso di tempo entreranno a far parte non solo del linguaggio comune ma anche di tutti i dizionari della lingua Italiana (si pensi ad alcuni termini come cartolarizzazione, liposcultura e badante). Altre espressioni, sempre prodotte dalla fervida immaginazione dei giornalisti, invece, sembrano essere immagini di cartone di concetti che non hanno alcuna sostanza. Vocaboli che non hanno dignità di esistere in quanto specchio di concetti altrettanto labili. Più che di parole vere e proprie si dovrebbe parlare di sonorità che riecheggiano a concetti che sarebbe facile richiamare senza violentare la lingua Italiana. Perché l’iscritto ad Alleanza Nazionale dovrebbe essere chiamato “aennino”? Perché tutti gli scandali del nostro paese devono acquisire necessariamente il suffisso “-opoli” (concorsopoli, calciopoli, assentopoli, affittopoli e l’elenco sarebbe ancora lungo…)? Questo tipo di neologismi uccidono la lingua Italiana e non si tratta di un “uso poco fantasioso” come sosteneva Eco riguardo alle brutte parole. Sono brutte parole perché tendono a snaturare la lingua e a costringerla entro canoni che non le appartengono. Non credo che la parola che racchiude in se un intero concetto si adatti molto alla nostra lingua, il nostro modo di parlare e di scrivere gode del privilegio di essersi sviluppato attraverso secoli di sedimentazione e non ritengo sia ancora giunto il monto di sbarazzarci delle strutture sintattiche che caratterizzano il nostro impianto linguistico.
L’eco delle sonorità di questi terribili neologismi supera spesso la fattispecie dei significati a cui questi termini si riferiscono come nella parafrasi del motto latino del XII secolo che Umberto Eco volle come chiusura del suo “Il nome della rosa”: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”
Esistono brutte parole… o forse parole che non dovrebbero esistere.
Add comment Sabato, 17 Maggio 2008








