Bloggo, ergo ero

Giovedì, 15 Maggio 2008

“Ho un blog, quindi sarò.” Si può lasciare un segno della nostra esistenza se l’anonimato pervade anche il presente?

È un problema comune quello dell’autoaffermazione. Un’esigenza interiore che potremmo definire trasversale al tempo e allo spazio. Da sempre l’uomo ha cercato, in qualche modo, di lasciare una traccia di sé; che sia un segno nella roccia risalente al paleolitico o un post su wordpress (la differenza è poca, quello che conta è poter affermare: “Io esisto”.

Prima di preoccuparsi di essere ricordati dai posteri è, però, necessario “esistere” in una società che incoraggia l’omologazione per esaltare, poi, chi sa differenziarsi.

Il microcosmo di un tempo ha dilatato i suoi confini. Affermarsi, oggi, vuol dire porsi in uno spazio conosciuto ma non pienamente percepito.

Quali motivazioni spingono molti verso il megafono del terzo millennio piuttosto che su vecchi sentieri già battuti?

Denunciare ingiustizie? Dare la propria lettura socio-politica dei problemi d’attualità? Semplice desiderio di socializzare? Oppure dare una risposta al disagio di non riuscire a dire, in famiglia e fuori, “io esisto”?

Non tutti attribuiscono al blog la stessa valenza sociologica; alcuni, infatti, ritengono che sia una sorta di trasposizione in chiave elettronica del “vecchio” diario di carta con tanto di lucchettino annesso. “Un luogo non luogo” dove custodire gelosamente i propri segreti più intimi in forma anonima. Ma questo strumento di comunicazione non ha confini potenziali: se decidessi di raccontare le mie vicende personali fin nei minimi dettagli avrei le stesse possibilità teoriche di essere letto da un mio conoscente come da Bill Gates in persona.

Siamo sicuri che il solo fatto di aprire un blog ed aggiornarlo quotidianamente ci dia la possibilità di affermare: “Io sono… io sarò”?

In tutta la rete internet sono attivi oltre mezzo miliardo di blog: un numero impressionante di donne e uomini che, con cadenza quasi giornaliera, lanciano il loro sassolino nel Word Wide Web. Una moltitudine d’informazioni che attendono il lettore affezionato come quello occasionale.

Aprire uno di questi diari elettronici è un’esperienza esaltante. Naturalmente, anche io, ne gestisco uno, così da potermi annoverare nel computo dei “blogger” onniscienti, quelli che dedicano i loro post ad argomenti differenti l’uno dall’altro senza un’apparente soluzione di continuità. Quando decisi di aprire il mio blog pensai di non comunicare a nessuno dei miei conoscenti l’indirizzo della mia pagina personale. Lo feci per sentirmi veramente libero di scrivere qualsiasi pensiero, senza correre il rischio di un possibile confronto reale. Settimana dopo settimana, si susseguivano i miei sfoghi esistenziali, non veniva risparmiato nessuno.

Poi decisi di aprire la pagina delle statistiche d’accesso alle mie pagine. La lettura fu scioccante, il mio desiderio di gridare al mondo le mie verità supposte era stato in parte appagato, ma i miei lettori si potevano contare sulle dita di una mano. Dove erano andati a finire i milioni d’internauti bramosi di leggere le mie pagine? Perché ignoravano le mie esilaranti avventure di vita quotidiana?

La risposta era evidente… I blog sono troppi e se scegli di non farti pubblicità tra amici e parenti (sia nel mondo reale sia in quello virtuale) rischi in ogni modo l’oblio, anche se versi fiumi d’inchiostro digitale su altrettante pagine virtuali.

Si scrive per essere letti.

Non ha senso impegnare tempo e risorse per alimentare il proprio blog e poi pensare che a nessuno interessi quello che si scrive.

Ovviamente il problema risiedeva nell’indicizzazione del mio diario elettronico, ovvero, la capacità da parte dei motori di ricerca di associare le richieste degli utenti ai contenuti del mio blog. Nessuno mi leggeva semplicemente perché nessuno mi riusciva a trovare.

Decisi di fare un esperimento: modificare totalmente il mio stile di scrittura e la sintassi delle mie frasi per renderle compatibili con le richieste dei motori di ricerca.

Era sufficiente non scrivere più: “Ieri sono andato a Milano in treno, ma “per andare in treno a Milano” per ritrovare tra i numerosi visitatori in più tutti quelli che su google avevano cercato informazioni su come raggiungere la città lombarda utilizzando il treno.

Quali erano le considerazioni giuste da trarre? Ricorrere a bassi stratagemmi o imparare a comunicare e rendersi visibile nella quotidianità?

Questo strumento di comunicazione ha un potenziale enorme; puoi sostenere e diffondere le tue idee o confidare le tue difficoltà, ma, in fondo, sono due interfacce di uno stesso problema: auto-affermarsi.

Non è importante che la traccia che ognuno di noi lascia nei blog sia più o meno effimera nella sua specificità, solo se il nostro partecipare contribuirà, come parte di un tutto, ad un cambiamento significativo della società, in un’evoluzione in cui “all’uomo un aiuto sia l’uomo” e se un blog in internet sarà una piazza dove un uomo incontrerà un altro uomo, forse potremo dire di aver, almeno, vissuto il nostro tempo.

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