Bertold Brecht

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari
e fui contento, perché rubacchiavano.

Poi vennero a prendere gli ebrei
e stetti zitto, perché mi stavano antipatici.

Poi vennero a prendere gli omosessuali,
e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi.

Poi vennero a prendere i comunisti,
ed io non dissi niente, perché non ero comunista.

Un giorno vennero a prendere me,
e non c’era rimasto nessuno a protestare.

Add comment Venerdì, 6 Giugno 2008

Alfonso Gatto

Non date retta al re,
non date retta a me.
Chi v’inganna
si fa sempre più alto d’una spanna,
mette sempre un berretto,
incede eretto
con tante medaglie sul petto.
Non date retta al saggio
al maestro del villaggio
al maestro della città
a chi vi dice che sa.
Sbagliate soltanto da voi
come i cavalli, come i buoi,
come gli uccelli, i pesci, i serpenti
che non hanno monumenti
e non sanno mai la storia.
Chi vive è senza gloria.
(
Alfonso Gatto)

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Elogio di un campione

Si chiama Emanuele Sella e di mestiere fa il ciclista. E’ un ragazzo minuto, 53kg di nervi e muscoli in poco meno di 165 cm. Ha un viso simpatico e occhi intelligenti ma a primo sguardo non ti da l’idea di essere un campione delle due ruote, non ti sembra uno di quelli che in salita fa a paura. Eppure, a dispetto di tutto e contro la sfortuna, lui dietro la sua ruota sa creare il vuoto. Ti sembra di vederlo salire verso il traguardo in una vecchia immagine in bianco e nero, è uno di quelli che ragiona con il cuore, che non pensa alla “politica della mediazione”, uno di quelli che non ha paura di andare in fuga da solo. Sul Fedaia sembrava che una mano lo spingesse su, sembrava che venisse da un altro pianeta. Ma Il vero campione lo riconosci sulla linea del traguardo, quando leggi nei suoi occhi la gioia, il dolore, la rabbia, il sacrificio e i momenti no. E’ un misto di sensazioni che il campione, con atto di superba umanità, traduce in una immagine, una immagine indelebile per la storia del ciclismo: un bacio alla fede e un dito puntato verso la telecamera. Il campione si rende conto di “aver fatto un numero”, piange perchè non può tenere dentro una emozione troppo grande e dedica il successo alla persona che mille volte gli è stato accanto nei momenti difficili, anche questo è essere campioni. Tutti gli uomini di sport dovvrebbero sentire il cuore battere più forte quando vedono passare un eroe delle due ruote come Emanuele Sella. Poco importa se non vincerà il giro, poco importa se non sarà mai lui l’uomo da battere e poco importa se gli uomini di classifica sono altri, Emanuele è una lezione che va oltre il ciclismo, oltre lo sport e meriterebbe che le telecamere immortalassero ogni singola pedalata.

Grazie Emanuele!

Add comment Lunedì, 26 Maggio 2008

Chiaiano contro tutti

Ecco il racconto della professoressa Di Guida tratto da repubblica.it

“Datemi voce e spazio perché sui giornali di domani non si leggerà quello che è accaduto. Si leggerà che i manifestanti di Chiaiano sono entrati in contatto con la polizia. Ma io ero lì. E la storia è un’altra”.

“Alle 20 e 20 almeno 100 uomini, tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza hanno caricato la gente inerme. In prima fila non solo uomini, ma donne di ogni età e persone anziane. Cittadini tenaci ma civili – davanti agli occhi vedo ancora le loro mani alzate – che, nel tratto estremo di via Santa Maria a Cubito, presidiavano un incrocio. Tra le 19,05 e le 20,20 i due schieramenti si sono solo fronteggiati. Poi la polizia, in tenuta antisommossa, ha iniziato a caricare. La scena sembrava surreale: a guardarli dall’alto, i poliziotti sembravano solo procedere in avanti. Ma chi era per strada ne ha apprezzato la tecnica. Calci negli stinchi, colpi alle ginocchia con la parte estrema e bassa del manganello. I migliori strappavano orologi o braccialetti. Così, nel vano tentativo di recuperali, c’era chi abbassava le mani e veniva trascinato a terra per i polsi. La loro avanzata non ha risparmiato nessuno. Mi ha colpito soprattutto la violenza contro le donne: tantissime sono state spinte a terra, graffiate, strattonate. Dietro la plastica dei caschi, mi restano nella memoria gli occhi indifferenti, senza battiti di ciglia dei poliziotti. Quando sono scappata, più per la sorpresa che per la paura, trascinavano via due giovani uomini mentre tante donne erano sull’asfalto, livide di paura e rannicchiate. La gente urlava ma non rispondeva alla violenza, inveiva – invece – contro i giornalisti, al sicuro sul balcone di una pizzeria, impegnati nel fotografare”.

“Chiusa ogni via di accesso, alle 21, le camionette erano già almeno venti. Ma la gente di Chiaiano non se ne era andata. Alle 21.30, oltre 1000 persone erano ancora in strada. La storia è questa. Datemi voce e spazio. Perché si sappia quello che è accaduto. Lo stato di polizia e l’atmosfera violenta di questa sera somigliano troppo a quelli dei regimi totalitaristi. Proprio quelli di cui racconto, con orrore, ai miei studenti durante le lezioni di storia”.

Elisa Di Guida
(docente di Storia e Filosofia – Napoli)

2 comments Sabato, 24 Maggio 2008

Gay Pride 2008

Al Gay Pride 2008 di Roma io ci andrò.

Sarò in strada, come del resto gli anni passati, per guardare con i miei occhi la realtà; per sentirmi almeno una volta all’anno Io il “diverso”… Francamente mi augurerei di poter condividere le irresponsabili affermazioni della neo ministro alle pari opportunità Mara Carfagna, ma non credo che oggi si possa parlare di piena integrazione e, soprattutto, di pari dignità. C’è troppo ancora da fare, e troppi sono i diritti civili che vengono quotidianamente calpestati. E’ un problema enorme che la politica, sia quella che ancheggia a sinistra sia quella lo fa a destra (come direbbe l’amico Valerio Pieroni), colpevolmente ignora. Purtroppo, come sempre, le piaghe peggiori di tutti i problemi trovano terreno fertile nella sofferenza. Come se un destino beffardo volesse aggiungere al dolore una ulteriore dose di ingiustizia. E’ per tutelare le situazioni al limite, l’indigenza e la malattia, che uno Stato assistenzialista deve intervenire con un apparato normativo in grado di tutelare tutti, nessuno escluso.

Non mi offende e non dovrebbe offendersi nessuno (soprattutto chi sente di avere la coscienza sporca) se una volta all’anno un corteo variopinto sfila per la città a ricordarcelo. Vorrei un Gay Pride tutti i giorni se questo servisse a risvegliare le coscienze; e per chi non lo ricordasse la sfilata della Comunità LGBT a questo serve. E’ un atto formale di protesta come tanti altri, dove chi sente i propri diritti inviolabili di Uomo e di Cittadino calpestati, vuole accendere un luce nelle coscienze. Che sia un carnevale di piume e coriandoli o austeri manager in giacca e cravatta non importa, chiediamoci una volta ogni tanto perché migliaia di persone decidono di scendere in piazza e preoccupiamoci di fare in modo tale che dal 2009 non ci sia più bisogno di organizzare un Gay Pride.

Le polemiche sterili servono solo per distogliere lo sguardo dai problemi…

1 comment Martedì, 20 Maggio 2008

L’Eco delle parole.

Esistono parole oggettivamente sgradevoli? Non voglio riferirmi a termini che a causa di un percorso etimologico infelice risuonano in maniera sgarbata ma a quei lemmi il cui uso infastidisce irrimediabilmente chi ascolta. Numerosi linguisti si sono preoccupati di affermare che le parole non sono ne belle ne brutte e che, semmai, è l’uso che ne viene fatto a determinare se queste risultino piacevoli o, al contrario, odiose. Effettivamente l’improvviso uso, stereotipato, di alcuni termini da parte di un vasto numero di persone rende parole che generalmente sarebbero “opache” decisamente insopportabili. Molti avranno notato una delle mode giornalistiche ricorrenti in questo periodo.
Gli episodi di cronaca nera che puntualmente entrano ogni sera nelle nostre case attraverso i telegiornali sono corredati, immancabilmente, dalle interviste ai conoscenti del malcapitato di turno. La solerte vecchina del villino accanto come il macellaio della via, infatti, sono sempre disponibili a spendere bellissime parole. A mio avviso i giornalisti più abili in questo tipo di missione sono sicuramente quelli di Studio Aperto seguiti a stretto giro da quelli del tg4.
I risultati di questo tipo di indagine sul campo sono allarmanti e gridano ad un potenziale complotto all’italiana. Dalle interviste rilasciate dai così detti “conoscenti della vittima” sembrerebbe che negli ultimi due anni siano state uccise esclusivamente persone “sempre allegre”, “solari” in una parola “stupende”. Sono rimasto sempre colpito da questo fatto. E’ mai possibile che in Italia non muoia mai un depresso, schivo e maleducato? In fondo basta restare in fila alla posta per più di 10 minuti per rendersi conto che gli italiani non sono esattamente il ritratto della cortesia e dell’allegria. Ma quel che è ancora più inquietante è che tutte le persone che lasciano prematuramente questo mondo vengono descritte allo stesso modo, usando gli stessi termini, le stesse parole. Una ridondanza di sostantivi, aggettivi e predicati nominali che svilisce il significato dei singoli vocaboli rendendoli più simili a perline di plastica di un rosario piuttosto consumato.
La questione delle parole “brutte” è stata già affrontata, ormai diversi anni fa, anche, dal sempre lucidissimo, Umberto Eco che concludeva un suo articolo affermando che a rendere le parole odiose fosse un uso privo di fantasia. Nulla di più vero. Ma è sufficiente per affermare con assoluta fermezza che non esistano parole brutte? Le lingue moderne sono in continua evoluzione e, giorno dopo giorno, si aggiungono nuovi termini a designare concetti che, forse, fino a pochi decenni fa, erano difficilmente immaginabili. Leggendo ogni giorno numerosi quotidiani non ho potuto non notare quanti neologismi vengano artificiosamente creati e inseriti negli articoli. Alcuni di questi rispondono effettivamente ad un vuoto lessicale da colmare con parole mutuate da lingue straniere o create ex novo unendo più termini preesistenti nella nostra lingua. Vocaboli nuovi, magari dal suono non particolarmente piacevole e spesso utilizzati in maniera troppo frequente nei primi istanti di vita ma comunque parole che in un certo lasso di tempo entreranno a far parte non solo del linguaggio comune ma anche di tutti i dizionari della lingua Italiana (si pensi ad alcuni termini come cartolarizzazione, liposcultura e badante). Altre espressioni, sempre prodotte dalla fervida immaginazione dei giornalisti, invece, sembrano essere immagini di cartone di concetti che non hanno alcuna sostanza. Vocaboli che non hanno dignità di esistere in quanto specchio di concetti altrettanto labili. Più che di parole vere e proprie si dovrebbe parlare di sonorità che riecheggiano a concetti che sarebbe facile richiamare senza violentare la lingua Italiana. Perché l’iscritto ad Alleanza Nazionale dovrebbe essere chiamato “aennino”? Perché tutti gli scandali del nostro paese devono acquisire necessariamente il suffisso “-opoli” (concorsopoli, calciopoli, assentopoli, affittopoli e l’elenco sarebbe ancora lungo…)? Questo tipo di neologismi uccidono la lingua Italiana e non si tratta di un “uso poco fantasioso” come sosteneva Eco riguardo alle brutte parole. Sono brutte parole perché tendono a snaturare la lingua e a costringerla entro canoni che non le appartengono. Non credo che la parola che racchiude in se un intero concetto si adatti molto alla nostra lingua, il nostro modo di parlare e di scrivere gode del privilegio di essersi sviluppato attraverso secoli di sedimentazione e non ritengo sia ancora giunto il monto di sbarazzarci delle strutture sintattiche che caratterizzano il nostro impianto linguistico.
L’eco delle sonorità di questi terribili neologismi supera spesso la fattispecie dei significati a cui questi termini si riferiscono come nella parafrasi del motto latino del XII secolo che Umberto Eco volle come chiusura del suo “Il nome della rosa”: “Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus”

Esistono brutte parole… o forse parole che non dovrebbero esistere.

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Bloggo, ergo ero

“Ho un blog, quindi sarò.” Si può lasciare un segno della nostra esistenza se l’anonimato pervade anche il presente?

È un problema comune quello dell’autoaffermazione. Un’esigenza interiore che potremmo definire trasversale al tempo e allo spazio. Da sempre l’uomo ha cercato, in qualche modo, di lasciare una traccia di sé; che sia un segno nella roccia risalente al paleolitico o un post su wordpress (la differenza è poca, quello che conta è poter affermare: “Io esisto”.

Prima di preoccuparsi di essere ricordati dai posteri è, però, necessario “esistere” in una società che incoraggia l’omologazione per esaltare, poi, chi sa differenziarsi.

Il microcosmo di un tempo ha dilatato i suoi confini. Affermarsi, oggi, vuol dire porsi in uno spazio conosciuto ma non pienamente percepito.

Quali motivazioni spingono molti verso il megafono del terzo millennio piuttosto che su vecchi sentieri già battuti?

Denunciare ingiustizie? Dare la propria lettura socio-politica dei problemi d’attualità? Semplice desiderio di socializzare? Oppure dare una risposta al disagio di non riuscire a dire, in famiglia e fuori, “io esisto”?

Non tutti attribuiscono al blog la stessa valenza sociologica; alcuni, infatti, ritengono che sia una sorta di trasposizione in chiave elettronica del “vecchio” diario di carta con tanto di lucchettino annesso. “Un luogo non luogo” dove custodire gelosamente i propri segreti più intimi in forma anonima. Ma questo strumento di comunicazione non ha confini potenziali: se decidessi di raccontare le mie vicende personali fin nei minimi dettagli avrei le stesse possibilità teoriche di essere letto da un mio conoscente come da Bill Gates in persona.

Siamo sicuri che il solo fatto di aprire un blog ed aggiornarlo quotidianamente ci dia la possibilità di affermare: “Io sono… io sarò”?

In tutta la rete internet sono attivi oltre mezzo miliardo di blog: un numero impressionante di donne e uomini che, con cadenza quasi giornaliera, lanciano il loro sassolino nel Word Wide Web. Una moltitudine d’informazioni che attendono il lettore affezionato come quello occasionale.

Aprire uno di questi diari elettronici è un’esperienza esaltante. Naturalmente, anche io, ne gestisco uno, così da potermi annoverare nel computo dei “blogger” onniscienti, quelli che dedicano i loro post ad argomenti differenti l’uno dall’altro senza un’apparente soluzione di continuità. Quando decisi di aprire il mio blog pensai di non comunicare a nessuno dei miei conoscenti l’indirizzo della mia pagina personale. Lo feci per sentirmi veramente libero di scrivere qualsiasi pensiero, senza correre il rischio di un possibile confronto reale. Settimana dopo settimana, si susseguivano i miei sfoghi esistenziali, non veniva risparmiato nessuno.

Poi decisi di aprire la pagina delle statistiche d’accesso alle mie pagine. La lettura fu scioccante, il mio desiderio di gridare al mondo le mie verità supposte era stato in parte appagato, ma i miei lettori si potevano contare sulle dita di una mano. Dove erano andati a finire i milioni d’internauti bramosi di leggere le mie pagine? Perché ignoravano le mie esilaranti avventure di vita quotidiana?

La risposta era evidente… I blog sono troppi e se scegli di non farti pubblicità tra amici e parenti (sia nel mondo reale sia in quello virtuale) rischi in ogni modo l’oblio, anche se versi fiumi d’inchiostro digitale su altrettante pagine virtuali.

Si scrive per essere letti.

Non ha senso impegnare tempo e risorse per alimentare il proprio blog e poi pensare che a nessuno interessi quello che si scrive.

Ovviamente il problema risiedeva nell’indicizzazione del mio diario elettronico, ovvero, la capacità da parte dei motori di ricerca di associare le richieste degli utenti ai contenuti del mio blog. Nessuno mi leggeva semplicemente perché nessuno mi riusciva a trovare.

Decisi di fare un esperimento: modificare totalmente il mio stile di scrittura e la sintassi delle mie frasi per renderle compatibili con le richieste dei motori di ricerca.

Era sufficiente non scrivere più: “Ieri sono andato a Milano in treno, ma “per andare in treno a Milano” per ritrovare tra i numerosi visitatori in più tutti quelli che su google avevano cercato informazioni su come raggiungere la città lombarda utilizzando il treno.

Quali erano le considerazioni giuste da trarre? Ricorrere a bassi stratagemmi o imparare a comunicare e rendersi visibile nella quotidianità?

Questo strumento di comunicazione ha un potenziale enorme; puoi sostenere e diffondere le tue idee o confidare le tue difficoltà, ma, in fondo, sono due interfacce di uno stesso problema: auto-affermarsi.

Non è importante che la traccia che ognuno di noi lascia nei blog sia più o meno effimera nella sua specificità, solo se il nostro partecipare contribuirà, come parte di un tutto, ad un cambiamento significativo della società, in un’evoluzione in cui “all’uomo un aiuto sia l’uomo” e se un blog in internet sarà una piazza dove un uomo incontrerà un altro uomo, forse potremo dire di aver, almeno, vissuto il nostro tempo.

Add comment Giovedì, 15 Maggio 2008

Ritorno ad Exit

Ormai quella del lunedì sera è diventata una consuetudine che ha il gusto di una sfida… Riuscirà il nostro eroe a resistere fino alla fine di dicembre ed assistere anche alle ultime due puntate di Exit? I bookmaker quotano la mia presenza alle prossime puntate 2 a 1… scommettere signori scommettere…

 

Ma parliamo della puntata andata in onda ieri sera

 

Si inizia con la Ilaria D’Amico trafelata a causa di una corsetta dovuta evidentemente ad un ritardo in sala trucco… In me che non si dica siamo in onda… lancio un po’ ansimante, sommario (mi chiedo perché non usino uno speaker professionista… maledetto budget!) e tutti pronti per il primo blocco. Si parla di madri assasine… Saranno rimasti delusi quelli che si aspettavano, al centro dello studio, il famoso plastico della villetta di Cogne e magari avrebbero raggiunto l’orgasmo (mediatico… si intende…) vedendo entrare in studio la Ilaria con in mano il colino di rame gentilmente concesso in prestito dal Vespone nazionale. Nulla di tutto questo… Solo due ospiti in studio, Concita De Gregorio e il mitico Carlo Lucarelli, mentre l’asso nella manica della redazione è in collegamento addirittura da Milano… evviva il satellite… evviva Galimberti!

 

La discussione è interessante e decolla immediatamente… Galimberti non si risparmia e osa andare addirittura contro “sua maestà la chiesa di Roma”. I filmati, soprattutto quello girato in Francia, sono molto ben costruiti (peccato gli autori debbano sempre ricorrere alle citazioni tratte da internet…ed infatti un primo riscontro del successo dell’argomento non tarda ad arrivare… il blog della trasmissione viene inondato da tantissimi messaggi di mamme interessate all’argomento.

 

Finalmente si distrugge il mito della perfezione genitoriale… Nessuno e proprio nessuno nasce genitore, al limite, lo si può imparare con il tempo e l’esperienza. Il piedistallo della perfezione non solo è insensato ma è anche pericoloso e le conseguenze, come racconta la cronaca, spesso possono essere irreparabili. Le parole di Galimberti bucano lo schermo… non tutti tra il pubblico in studio sembrano apprezzare fino in fondo e gli applausi languono; ma, evidentemente, non a tutti è concesso di capire la grandezza di quelle parole e la valenza sociale che assumevano in quel preciso momento…

 

Gli interventi in studio sono equilibrati anche se Lucarelli, con mio sommo rammarico, sembra un po’ un pesce fuor d’acqua… ma tutto sommato sembra filare tutto egregiamente.

 

Come di consueto, a circa un’ora dalla fine, si cambia argomento. Si parla della mafia e delle fiction dedicate a “cosa nostra”. Lasciatemelo dire, la scelta degli ospiti è stata semplicemente GENIALE… Non sto parlando del figlio del generale Dalla Chiesa e neanche di Lucarelli (semplicemente ridicolo riciclare gli ospiti da un blocco all’altro) ne, tanto meno, del regista de “il capo dei capi”, Enzo Monteleone.

Mi riferisco all’allegra accoppiata Mastella – Cuffaro… Sbalorditiva. Si parla se sia giusto o meno dedicare una fiction ( o dovrei dire fisction come insegna Cuffaro) a Toto Riina (che dal carcere si dice divertito della ricostruzione a lui dedicata). Personalmente non mi posso esprimere in quanto non ho visto la fiction-polpettone ( ad eccezione di 30 secondi, piuttosto mediocri) ma posso riportare alcuni stralci singolari del dibattito in studio. Per rafforzare il contraddittorio, dalla regia, parte un filmato realizzato in uno dei peggiori quartieri di Palermo, dove si vedono ragazzetti, poco più che maggiorenni, ammettere, non senza qualche imbarazzo, che la mafia, proprio la terribile mafia di cui si sta parlando, a loro, spesso, ha portato il pane a casa (non credo che la mafia si possa scegiere… In un ambiente mafioso c’è solo la mafia… E’ questa la forza endemica su cui si basano le cosche). Interessante, più che il dibattito in studio, è la reazione degli utenti del blog (chi di internet ferisce di internet perisce…). Le invettive degli internettiani si dividono tra il clan Mastella – Cuffaro (si dice che i due abbiano partecipato, come testimoni, al matrimonio di una persona legata a “Cosa Nostra”) e il giornalista che ha realizzato il servizio a Palermo. La discussione, a mio avviso, diventa sterile prima del previsto… Tutto si regge sul ruolo di Riina nella fiction: meglio schierarsi con il capo dei capi o con il personaggio di fantasia della fiction che incarna le istituzioni? Il quesito rimarrà insoluto

 

Ormai è troppo tardi per risollevare le sorti della conversazione ed i titoli di coda sono ormai arrivati ai truccatori (per fortuna sono almeno 5 e si ha il tempo di vedere un fermo immagine di Cuffaro con la coppola in testa).

 

Rimane solo qualche secondo per i saluti e con 6 minuti di extra time siamo fuori onda.

Add comment Mercoledì, 5 Dicembre 2007

Il pane e le rose

Se otto ore vi sembran poche,
provate voi a lavorare
e troverete la differenza
di lavorar e di comandar.

5E noi faremo come la Russia
noi squilleremo il campanel,
falce e martel,
e squilleremo il campanello
falce e martello trionferà.

 

10E noi faremo come la Russia
chi non lavora non mangerà;
e quei vigliacchi di quei signori
andranno loro a lavorar.

Add comment Giovedì, 29 Novembre 2007

Tra le “file” di Exit (La7)

Da buon televisionaro quale sono (uno di quelli che lavora con la televisione il giorno e la sera la guarda comodamente in poltrona) non potevo esimermi da produrre qualche dissertazione sul mondo del piccolo schermo

Da qualche mese dedico il mio lunedì sera ad Exit il programma di inchiesta in onda su La7... per fortuna che gli studi di via salaria non distano più di tanto dal mio ufficio… Ed è proprio da Exit che voglio iniziare.

Si sa che quando nel palinsesto della prima serata si leggono nomi come Celentano per tutti gli altri ci sono poche speranze di portare a casa ascolti dignitosi… e lo sanno benissimo in casa Mediaset, tanto è vero che la controprogrammazione è affidata a Ghost (sperando che la pellicola ormai logora regga fino alla fine del film).

Dalle parti di La7 l’atmosfera è a dir poco etilica visti gli ascolti della precedente puntata di Exit… immagino i tappi di bottiglia che sono saltati, nell’incredulità generale, lo scorso martedì mattina vedendo i dati Auditel (peccato fosse stata la peggior puntata che io ricordi).

Ripetere il successo insperato, con il molleggiato sulla Rai che tra un silenzio e l’altro si porta a casa 2 milioni di euro più una bella promozione per il disco, non è cosa semplice e sembra saperlo Ilaria D’Amico che non a caso decide di sfoggiare un bell’abitino verde speranza (speranza di salvare almeno la media di rete) corredato di scarpine verde fondo di bottiglia (della serie la speranza è l’ultima a morire). Gli abituali due temi sono forti… si parla di anoressia e dei soliti adolescenti al bivio.

La prima parte, quella dedicata al problema anoressia e bulimia fila quasi senza intoppi… i filmati della redazione sono come spesso ben fatti e il reportage da Tel Aviv sulla modella morta è decisamente incisivo (peccato sia stato mandato alle 22). Difficile però definirla una trasmissione di inchiesta (almeno se per inchiesta si intende una trasmissione come Report) più che altro è stata una “chiacchierata” tra la ritardataria ministro Melandri (quella dell’entrata a trasmissione iniziata sta diventando un’abitudine singolare ad Exit, la fondatrice dell’Aba Fabiola De Clerq, Alessandra Arachi e l’omni presente Maria Rita Parsi. Il compito di disturbare l’idillio è stato affidato a Mario Gori (l’omonimia con il boss della Magnolia è inquetante) titolare di una agenzia di modelle piuttosto nota. Difficile se non impossibile il suo compito, ovvero quello di negare la responsabilità della moda nel problema anoressia e piuttosto ovvie le invettive che si è visto recapitare da un’inviperita Melandri. Da segnalare soprattutto c’è un passaggio singolare… Mentre la “ministra” era intenta a snocciolare i punti dell’accordo di autoregolamentazione sulla moda, arrivata al punto riguardante l’indice di massa corporea minimo consentito per le modelle viene interrotta dal rappresentante delle agenzie che protesta, affermando che numerose modelle, a suo dire normali, hanno un indice di massa corporeo inferiore a 18 e che quindi sarebbe un crimine imperdonabile escluderle dalle passerelle(tanto le modelle devono essere delle extraterrestri e mai e poi mai dei canoni di bellezza per millioni di ragazzine). L’obbiezione avrebbe meritato di essere coperta da un velo pietoso e invece la Ilaria (probabilmente imbeccata dalla regia) pensa bene di levare la parola alla Melandri per commentare con Gori (l’agente… non il produttore del programma) l’indice di massa corporea di una famosissima top model (NO COMMENT). Il primo blocco si trascina lentamente verso il terzo blocco pubblicitario. Il ritorno in studio segna il cambio di argomento… come detto si parla di quei mattacchioni dei giovani… e la saga del qualunquismo ha inizio… a poco serve avere tra gli autori Alessandro Sortino (il roscetto delle Iene) se poi si trattano questi argomenti come nella più squallida delle puntate di Lucignolo. Il ritratto dei pazzi tredicenni dediti all’uso di droghe e alcool sembrava firmato da Mario Giordano.. per non parlare poi di quando si tratta l’argomento sesso. Peccato perché gli ospiti in studio lasciavano ben sperare… il dibattito politico affidato al contradittorio tra la Melandri (reciclata dal primo blocco…) e Giorgia Meloni (mi scoccia dirlo ma più intelligente del previsto) mentre avrebbero dovuto portare un po di brio al tutto Melissa P (praticamente avrà detto tra un sonno e l’altro all’incirca 12 parole) , Camilla Raznovich (l’esperta….) e Marida Lombardo Pijola (l’indomita fustigatrice delle baby discoteche). Ma la teoria è una cosa e la pratica è un’altra e così il risultato finale è stato un polpettone di ovvietà a non finire… Lo scandalo dei video a sfondo sessuale che girano sui telefonini sembra aver conquistato lo studio e così è si possibile parlar d’altro. Il problema che assilla la D’Amico è come difendersi dai maschietti che propongono queste oscenità alle giovani fanciulle ignare… e cosi il secondo blocco finisce ancor prima di arrivare al cuore della questione (perché accade questo fenomeno? i giovani sono tutti uguali? i tempi sono cambiati? perché tra molti giovanissimi regna il disinteresse totale nei confronti di tutto e di tutti?) con buona pace di Melissa P e di Camilla di MTV che praticamente hanno fatto scena muta. Da segnalare c’è l’intervento del creatore di scuolazoo (il sito che raccoglie i video girati nelle scuole) che riesce a conquistarsi con un solo intervento le invettive di tutti i presenti.

Con un discreto sforamento di orario partono i titoli di coda e siamo fuori…

Puntata mediocre se confrontata ad alcune delle settimane scorse decisamente meglio riuscite… per fortuna che Celentano non è andato così bene…

La Pagella

Ilaria D’Amico Voto 5 “la speranza è l’ultima a morire”
I filmati Voto 6.5 “irrinunciabili”
Gli ospiti Voto 6 “potenziali inespressi”
La regia Voto 5 “l’allegra burattinaia”

Add comment Martedì, 27 Novembre 2007

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